Cosa mi serve per cambiare: capire il dolore o attraversarlo?
C’era una situazione che conoscevo a memoria.
Sapevo com’era andata. Sapevo perché era andata così. Sapevo persino quale parte di me si era formata lì dentro.
L’avevo raccontata decine di volte. A me stessa, soprattutto.
Ed ero convinta di averla chiusa. Perché quando riesci a spiegare una cosa con quella precisione, sembra ovvio che tu l’abbia superata.
Poi, in una sessione, è successo qualcosa di diverso.
Non l’ho pensata.
L’ho sentita.
Non ho ripercorso la storia: ho sentito il corpo reagire, mentre quella cosa veniva toccata. Il petto che si chiudeva. La gola. E poi ho pianto — non per disperazione, non per tornare dentro a quel dolore. Ho pianto come si piange quando qualcosa finalmente esce.
Non ti racconterò di cosa si trattava.
Non perché sia un segreto, ma perché non è quello il punto. Il punto è la differenza tra quelle due cose: conoscere il proprio dolore e sentirlo passare.
Per molto tempo ho creduto che fossero la stessa cosa.
Ebbene, non lo sono.
“Ho capito tutto. Eppure non sto meglio.”
Per anni avrei saputo raccontarti la mia storia con precisione.
Cosa mi era mancato. Cosa avevo ricevuto e cosa no. Perché certe persone, a loro volta, non avrebbero potuto fare diversamente. Avevo letto, avevo fatto percorsi, avevo una mappa di me dettagliata — quasi elegante.
Eppure non stavo bene. Esattamente come prima.
Se ti riconosci in questo, sappi che non hai sbagliato strada.
Capire serve. Vedere gli schemi che si ripetono, riconoscere da dove vengono, allargare lo sguardo alla storia familiare che è iniziata prima di noi — è un lavoro necessario, e ne ho scritto più volte (articolo: Essere o non essere… se stessi).
Ma la mappa non è il territorio.
Puoi studiare la cartina di un luogo per anni. Conoscerne ogni strada, ogni curva, ogni distanza.
Senza averlo esplorato davvero.
Cosa mi serve per cambiare, se ho già capito?
La domanda che sento più spesso non è “perché sto male?”.
È un’altra, e ha un tono diverso — più stanco:
Voglio cambiare, ma non so in che direzione andare.
Per molto tempo ho pensato che fosse un problema di chiarezza. Che mancasse un’informazione, una risposta, un segno.
Oggi la vedo diversamente.
Non è che manca la direzione.
È che una parte di noi è ancora girata all’indietro.
Ed è lì che sta l’energia. Tutta l’energia che servirebbe per muoverci in avanti è impegnata a tenere insieme qualcosa che non è mai stato attraversato fino in fondo. A spiegarlo. A giustificarlo. A tenerlo a distanza di sicurezza.
Finché quell’energia è trattenuta lì, la chiarezza difficilmente può arrivare.
Non per mancanza di attenzione o perché non sai ascoltarti abbastanza.
Perché non c’è spazio.
La chiarezza non è qualcosa che si trova pensando.
È quello che arriva quando lo spazio si libera.
Capire e sentire non sono la stessa cosa
Quando torniamo su una ferita con la testa, facciamo una cosa molto precisa: la raccontiamo un’altra volta.
Cerchiamo cause. Cerchiamo significati. Ci chiediamo perché è successo, cosa dice di noi, come avremmo potuto evitarlo.
E ogni volta che la raccontiamo, non stiamo toccando il dolore di allora. Anzi, ce ne guardiamo bene dal farlo.. perché fa male.
Quando invece restiamo in ciò che il corpo sente, nelle emozioni che passano — senza spiegazioni, senza domande, senza costruirci sopra una storia — quello che si muove è un’altra cosa.
Non so dirti cosa accada a livello fisiologico. Non è il mio campo, e non voglio fingere che lo sia.
Posso dirti quello che ho visto succedere in me e in altri: il dolore sentito e lasciato uscire, senza alimentarlo, porta leggerezza e crea spazio. E non torna più con la stessa forza.
Quello che torna puntuale, invece, è il dolore che ricreo ogni volta che me la racconto di nuovo.
E non è soltanto una mia impressione. La ricerca sul rimuginare distingue da tempo due modi diversi di stare con ciò che ci fa male: uno astratto e valutativo — perché è successo, cosa significa per me — e uno concreto, centrato sull’esperienza così com’è. I due modi hanno effetti opposti. Il primo mantiene il disagio e a volte lo amplifica. Il secondo lo lascia muovere.
Una distinzione che il corpo, credo, conosceva già.
Sentire senza tornare a esserlo
C’è però un passaggio delicato, e va detto con precisione.
Attraversare un dolore non significa immergersi di nuovo dentro di esso fino a diventarlo.
Quello lo sappiamo fare benissimo — è il vortice che conosciamo tutti: un ricordo doloroso attiva un’emozione, i pensieri la alimentano, e si scende sempre più giù (articolo: Ansia, rabbia, tristezza: e se fossero tue alleate?).
La differenza sta in chi guarda.
Quando ho sentito quel dolore, non ero quel dolore.
Ero quella che lo stava sentendo passare.
È una distinzione sottile e cambia tutto. Non sono questa cosa: mi sta attraversando, e sta uscendo. Da lì il pianto non è una ricaduta. È un’uscita.
È lo stesso spazio interiore di cui ho scritto parlando delle voci che ci abitano (articolo: Chi guida davvero la tua vita?) — quel luogo da cui possiamo osservare ciò che accade invece di esserne trascinati.
E anche questo, guarda caso, ha un nome nella ricerca: decentering, osservare pensieri ed emozioni come esperienze che passano, senza identificarsi con loro. Ne riduce il peso e interrompe il rimuginare.
Il punto, quindi, non è sentire e basta.
È sentire senza diventarlo.
Da soli o con qualcuno accanto?
Qui devo essere onesta, perché è un dettaglio che per me è stato importante.
Non sto dicendo che serva per forza farlo con qualcuno.
Il processo si può vivere anche in autonomia, quando si è già costruita una certa capacità di stare con ciò che si sente senza identificarsi. Quella capacità non è un dono: si allena, poco alla volta, in cose molto più piccole.
Ma ci sono situazioni in cui da soli non si riesce ad andare.
Quando il dolore è molto profondo. Quando senti chiaramente che sotto c’è qualcosa di più grande di quello che puoi reggere in questo momento.
Non è una debolezza. È una valutazione.
Riconoscere in quale dei due casi ti trovi è già un atto di ascolto — forse il più importante di tutti.
Ci sono luoghi interiori in cui non si riesce ad andare da soli non perché non ne siamo capaci, ma perché servono due cose che da soli non possiamo darci: qualcuno che ti stia accanto mentre ci vai e qualcuno che ti aiuti a tornare indietro.
Prima di attraversare, imparare a sentire
Per molto tempo ho cercato la direzione.
Continuavo a chiedermi dove andare, cosa scegliere, quale fosse la strada giusta — come se da qualche parte esistesse una risposta che non avevo ancora trovato.
Oggi credo che la direzione non si cerchi.
Si libera.
E si libera man mano che smettiamo di tenere occupata tutta la nostra energia a trattenere ciò che non abbiamo ancora sentito fino in fondo.
Non succede in un giorno. Succede quando, un pezzetto alla volta, torniamo ad abitare quello che sentiamo invece di descriverlo.
E quella capacità — stare con ciò che c’è, senza scappare e senza esserne travolti — non si costruisce nei momenti grandi.
Si costruisce nei momenti piccolissimi. In un minuto di respiro. In una camminata senza distrazioni. In un “come mi sento, proprio adesso?” chiesto sul serio e ascoltando davvero la risposta, nel mezzo di una giornata qualunque.
Prima di poter attraversare qualcosa, bisogna saper sentire.
E sentire si allena fermandosi.
Ti lascio con una domanda, da portare con te per qualche giorno senza fretta di rispondere:
C’è qualcosa che hai capito perfettamente… e che non hai ancora sentito fino in fondo?
(Foto: Fiume Topino, Nocera Umbra, estate 2026)
🌸 Se senti il bisogno di fare chiarezza
A volte abbiamo bisogno di uno spazio sicuro in cui fermarci, ascoltarci e fare chiarezza.
Se senti che è arrivato il momento, lo Spazio di Ascolto nasce proprio per questo.
Per chi invece sente di voler vivere un’esperienza più graduale, da vivere nel quotidiano,
un invito a esplorare le prossime tappe…
🌿 Un passo in più
Se questa riflessione ti ha risuonato dentro, potresti continuare il viaggio da qui:
🌿Chi guida davvero la tua vita?
Per fare esperienza di quello spazio interiore da cui possiamo osservare ciò che sentiamo, senza diventarlo.
🌿Schemi limitanti: come riconoscerli e capire da dove vengono
Per scoprire quali meccanismi ci riportano sempre allo stesso punto.
🌿Una mappa per conoscersi: la metafora della carrozza e i nostri diversi corpi
Per capire chi sta guidando davvero, quando a guidare non siamo noi.
🌿 Per continuare ad ascoltarti
Ci sono libri e strumenti che, nel mio percorso, mi hanno aiutata a fermarmi, riflettere e conoscermi meglio. Se possono essere utili anche a te, qui te li condivido:
📚 Il corpo accusa il colpo — Bessel van der Kolk
Per capire come il corpo trattenga ciò che la mente ha già spiegato da tempo. Una lettura che aiuta a dare senso alla distanza tra sapere una cosa e averla davvero attraversata.
📚 Iniziazione alla Psicosintesi — Fabio Guidi
Per avvicinarsi all’idea di un centro interiore da cui osservare le proprie parti senza identificarsi con nessuna di esse.
📔 Un quaderno dedicato solo a te
Non per analizzare, questa volta. Prova a scrivere soltanto dove senti le cose nel corpo, senza spiegarle. È un esercizio molto diverso dal solito — e spesso molto più rivelatore.
✍️ Una domanda di journaling
Completa questa frase senza pensarci troppo, poi rileggila dopo qualche giorno:
Quello che ho capito e che non ho ancora sentito fino in fondo è…
E se ti va, stai un po’ con le sensazioni che emergono…🌸
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