Una mappa per conoscersi: la metafora della carrozza e i nostri diversi corpi

C’è un’immagine che continua a tornare, ogni volta che provo a spiegare — a me stessa prima ancora che agli altri — cosa significa davvero ascoltarsi.

È un’immagine antica. La propose il filosofo e mistico Georges Ivanovič Gurdjieff, agli inizi del Novecento. Una carrozza. Un cavallo. Un cocchiere. E un passeggero.

Apparentemente semplice. In realtà, una delle mappe più precise che conosca per capire chi siamo — o meglio, quali parti ci abitano.

La carrozza

La carrozza è il corpo fisico. Il veicolo. Quello che trasporta tutto il resto, quello che sentiamo quando siamo stanchi, tesi, leggeri o pesanti. Il corpo non mente — registra tutto, porta tutto, spesso molto prima che la mente se ne accorga.

Eppure è la parte che più spesso ignoriamo, trascuriamo, forziamo. Lo trattiamo come un mezzo, non come una parte intelligente e preziosa di noi.

Il cavallo

Il cavallo rappresenta il corpo emotivo — le emozioni, i desideri, gli impulsi. È la forza motrice: è lui che muove davvero la carrozza. Senza il cavallo, non si va da nessuna parte.

Le emozioni non sono il problema. Sono carburante, informazione, vita. Il problema nasce quando il cavallo è lasciato libero di correre senza direzione — quando siamo trascinati dalle emozioni senza nemmeno accorgercene, convinti di stare scegliendo mentre in realtà stiamo solo reagendo.

Il cocchiere

Il cocchiere è il corpo mentale — la mente, il pensiero. Tiene le redini. In teoria dovrebbe guidare il cavallo, conoscere la strada, prendere le decisioni.

Ma quante volte il cocchiere è distratto, addormentato, o convinto di sapere dove andare mentre in realtà segue abitudini vecchie, mappe superate, strade percorse mille volte senza mai chiedersi se portano davvero dove vogliamo arrivare?

Il cocchiere è anche il palcoscenico in cui le sub-personalità dell’ego si esprimono più rumorosamente — quei personaggi dello spettacolo che vanno in scena spesso senza che li abbiamo scelti consapevolmente. Il critico interiore, la perfezionista, il compiacente, la ribelle… (Sto semplificando, ovviamente — la realtà è molto più complessa… nei prossimi articoli darò più dettagli).

Il passeggero

E poi c’è lui. Il passeggero — il .

Silenzioso, spesso dimenticato. Seduto nella carrozza, in attesa. È la parte più profonda e autentica di noi — quella che osserva, che non si agita, che non reagisce. È quella voce quieta che senti sotto il rumore di tutto il resto, quando ti fermi abbastanza a lungo da ascoltarla.

📚RISORSA CONSIGLIATA | Se questo argomento ti ha incuriosita, uno dei testi fondamentali su questo approccio è Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di P.D. Ouspensky.

Quando la carrozza funziona — e quando no

In uno stato ideale, le quattro parti lavorano insieme: il corpo manda segnali, le emozioni forniscono energia e direzione, la mente guida con consapevolezza, e il Sé orienta il tutto verso qualcosa di autentico e profondo.

Ma nella vita di tutti i giorni, spesso la carrozza viene sballottata da tutte le parti. Il cocchiere dorme. Il cavallo corre dove vuole. E il passeggero… nessuno gli chiede nemmeno dove vuole andare.

Questo è il momento in cui sentiamo che qualcosa non va. Quella sensazione di vivere in automatico, di reagire invece di scegliere, di essere lontani da noi stessi senza sapere bene perché.

Una mappa, non una sentenza

Questa metafora non serve a giudicare come siamo fatti. Serve a riconoscerci più chiaramente.

Per me è stato illuminante “vedere” questa immagine per la prima volta. Mi ha aiutata moltissimo nel percorso di disidentificazione (che ovviamente è sempre in atto!). Riconoscere le varie parti di me ha giocato un ruolo chiave per dissipare la confusione, quel non sapere da dove cominciare. E mi ha fatto capire la necessità di lavorare su tutti e 4 i corpi — perché si condizionano a vicenda, e insieme — con altri corpi più sottili di cui parleremo in futuro — formano la nostra unità.

Nessuna delle quattro parti è buona o cattiva. Ognuna ha la sua intelligenza, il suo linguaggio, il suo ruolo. Il lavoro — lento, graduale, affascinante — è imparare a conoscerle tutte. A dargli voce. A portarle in dialogo.

Con la pratica della presenza e dell’ascolto, possiamo diventare qualcosa di più: il regista! Quello che conosce i suoi attori uno per uno, li riconosce quando entrano in scena, e piano piano impara a scegliere consapevolmente quali mettere sotto i riflettori.

Non per controllare. Per essere, finalmente, un po’ più liberi. 💚

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→ Nel prossimo articolo ti parlerò di quella voce nella testa che giudica tutto — e di come iniziare a togliergli potere…

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2 Commenti

  1. Ho letto il nuovo articolo sulla metafora della carrozza che conoscevo già ma che devo dire hai spiegato alla perfezione in maniera sintetica e chiara, forse non l’avevo mai capita a fondo come invece ho fatto leggendo il tuo articolo!
    Congratulazioni, il blog è davvero bello e credo che aiuterà tante persone che lo leggeranno! 🤩👏🏼👏🏼👏🏼✨❤️

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